Il jazz, o l'importanza di raccontare storie - Settembre 2006
F
are musica, non importa di che genere, ha sempre voluto dire raccontare, creare una narrazione. La storia è l'importante e la tecnica non può sostituirla.
Note a margine di "Love's snake" - Di Vince Benedetti

 

Non c’è dubbio che la musica jazz sia in un momento di crisi. L’origine di questa crisi va individuata nell’interazione di alcuni eventi storici i cui effetti, percepibili a partire dagli anni ’50, perdurano ancora oggi. Un’analisi dettagliata di questi eventi non è argomento di questo scritto e la lascio a un’altra occasione. Quello che ci interessa, piuttosto, è capire come questi eventi abbiano condizionato il mondo della musica.

C’è stato un cambiamento fondamentale nel modo in cui la musica jazz viene appresa. Con riferimento in particolare a due aspetti: quello prettamente musicale e quello sociale. Prima imparare a suonare jazz voleva dire innanzitutto prendere parte alle performances.

Queste erano fondate sull’ equilibrio tra necessità di espressione di sé stessi e norme sociali di comportamento di un gruppo che condivideva le stesse radici culturali. In questa situazione non era permesso a un principiante di eseguire durante un solo semplicemente le combinazioni e gli esercizi che aveva studiato a casa. Egli doveva ascoltare gli altri, lasciare che lo ispirassero, accompagnando il “mood” e l’evoluzione generale del pezzo nel modo in cui si stava suonando.

Questa pratica comprendeva anche una certa critica di sé stessi a proposito di quello che si doveva suonare e quando. La routine delle ripetute performaces creò, attraverso un legame condiviso, le condizioni per la nascita di un nuovo tipo di fraseggio: il linguaggio della musica jazz che è sempre stato riconosciuto come autentico.

Quello che è accaduto da quel momento è stato che il processo di apprendimento di come suonare, così come quello di che cosa imparare, è cambiato totalmente. Uno degli aspetti di questo problema è, ad esempio, che abbiamo una generazione di “horns” e pianisti che applicano il sistema tonale per rimpiazzare le proprietà melodiche delle scale e usano le permutazioni ritmiche al posto di un dialogo bilanciato tra frasi e pause.

Molto preparati tecnicamente, praticano per molte ore per essere in grado mostrare la loro (supposta) abilità sul palco. Nervosismo e aggressività sono penetrati nella musica e sono riflessi anche nei tempo, più spesso febbrili che rilassati. Questo approccio sistematico al jazz spesso costituisce parte del programma didattico di molte scuole e università che presentano legami modesti con la cultura che dovrebbero insegnare.

Ad un primo ascolto, questa dimostrazione di abilità tecniche può risultare davvero impressionante. Ed è pensata per esserlo, perché dopo aver sentito due canzoni, appare chiaro che esiste ben poco contenuto nella musica. Precisamente quello che manca è una storia. Il povero ragazzo non ha storie da raccontare. Riesce solamente a dire: “guarda quanto suono veloce, guarda quanto sono abile!”. Ma fare musica, non importa di che genere, ha sempre voluto dire raccontare, creare una narrazione. La storia è l’importante e la tecnica non può sostituirla.

Nell’ambito delle composizioni le cose non vanno meglio. La gran parte dei compositori contemporanei rifiuta la relazione tra la melodia e l’armonia funzionale con i suoi poli opposti di tensione attraverso le dissonanze che richiedono movimento, e risoluzione e consonanza che indicano riposo. Loro preferiscono l’armonia che si muove in blocco, ad esempio l’armonia modale o l’uso di tecniche parallele come strutture costanti, spesso assegnando note a figure ritmiche invece di scrivere una vera melodia. Il risultato parla da solo: le canzoni sono difficilmente cantabili e nessuno se le ricorda.

In che modo tutto questo riguarda queste registrazioni? Per rispondere sono costretto a fare un passo indietro. Cinque anni fa Angelo mi ha contattato per chiedermi di lavorare con lui. In un primo momento ho creduto che cercasse un pianista con esperienza che non fosse solamente capace di fare dei soli ma sapesse anche accompagnare. Un’altra conseguenza dovuta a questi eventi storici è proprio la mancanza di pianisti capaci di o che aspirano ad accompagnare correttamente. È subito diventato evidente che condividevamo lo stesso approccio alla musica, in linea con la critica di cui ho trattato prima.

Da quel momento il nostro rapporto “musicale” si è man mano rafforzato, fino ad arrivare al punto in cui ho scritto alcune composizioni che vanno perfettamente d’accordo con il repertorio del quintetto e, nello stesso momento, si distinguono da quelle uniche e originali di Angelo.

È difficile, se non impossibile, scrivere qualcosa di obbiettivo a proposito di un progetto in cui si è personalmente coinvolti, specialmente se si è contemporaneamente nel ruolo di chi scrive e chi suona. Così tenterò semplicemente di spiegare quale è stata la nostra ispirazione per la musica di questo disco. L’ascoltatore attento potrà dire a quale livello siamo riusciti a realizzarla. In vista della mia critica sul presente stato della musica jazz, le composizioni registrate in questa occasione devono essere viste come un tentativo di raggiungere un equilibrio tra melodia, armonia e ritmo evitando di creare un suono “retrò” o eclettico. Le composizioni hanno tempo e “moods” diversi e, forse, riescono anche a raccontare una storia.

Ricordiamoci che nel campo della musica jazz nessun successo è possibile senza il sostegno e il contributo di tutti i membri del gruppo, dal momento che ognuno ha il suo ruolo specifico da rispettare. In questo caso, meriti speciali vanno a Andy Gravish, Pietro Ciancaglini, e Andrea Nunzi. La qualità del loro modo di suonare ed eseguire è prova non solo della loro professionalità, ma anche della gioia e dell’impegno dimostrati durante la “session” e nei concerti che ne sono seguiti. Indispensabile!

Vince Benedetti

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